La Divina Commedia dei Malatesta

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La Divina Commedia dei Malatesta (Ed. Imago)
Codice Gradenigo [1392-1393 o 1399-1400]. Rimini, Biblioteca Civica Gambalunga, Sc-Ms. 1162
CARATTERISTICHE TECNICHE
Formato cm 25,5×39,5.
Pagine 252.
Miniature attribuite a Giacomo Gradenigo, ad un bolognese prossimo al Maestro delle iniziali di Bruxelles e al veneto Cristoforo Cortese.
Stampa fine art, Applicazione della foglia d’oro a mano.
Carta pergamena trattata a mano per il raggiungimento dello stato ottimale di invecchiamento
Legatura eseguita artigianalmente, Pelle fiore a concia naturale, Cucitura a mano, Incassatura su carta antica

L’illustre codice gambalunghiano della Divina Commedia (Sc-Ms. 1162) è generalmente noto come Dante gradenighiano o gradonighiano dal nobile veneziano Giacomo Gradenigo (ca. metà XIV secolo-ante 1420), diplomatico letterato e fine poeta cortigiano, che copiò il poema dantesco, lo corredò di un commento che ripropone in forma accresciuta e più organica quello di Jacopo della Lana, e premise alle cantiche alcune epitomi in terzine di Menghino Mezzani, Jacopo Alighieri e Giovanni Boccaccio. Egli svela la propria identità e il proprio ruolo di copista nel sonetto caudato posto nel contropiatto superiore, dove così apostrofa il lettore: “Se saper vol letor cui il libro scrisse, gli capiversi il nome non fallisse”. E in effetti le iniziali di ciascun verso, lette in acrostico, compongono il nome “IACOMO GRADONICO”.

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Antonio Paolucci:
“La Divina Commedia è una delle opere più decorate..Da Botticelli a Zuccaro fino a Dorè e Dalì. Qual’era l’atteggiamento di Dante verso i libri? Aveva frequentato a Bologna, Padova, Parigi editori ed illustratori. Nel Purgatori, canto color di nebbia, di sabbia e di piombo, di vasta desolazione, Dante vede passare la teoria salmodiante dei superbi. Vi ritrova il grande miniatore umbro Oderisi da Gubbio. «Non se’ tu Oderisi, l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte ch’alluminar chiamata è in Parisi?» «Frate», diss’elli, «più ridon le carte che pennelleggia Franco Bolognese; l’onore è tutto or suo, e mio in parte.» (Dante, Purgatorio, XI) E qui Dante afferma la verità storica che nel 1310 si sta affermando il gotico francese nella sua bolognese variante. Non solo Parigi, ma si afferma Bologna. Ma come possono “ridere” le carte? I codici miniati medievali ridono nell’azzurro lapislazzuli, nel cinabro, nel verde ramato. « Credette Cimabue nella pittura tener lo campo, ed ora ha Giotto il grido, si che la fama di colui è scura» (Dante, Purgatorio XI, 94-96) . A Padova Dante ha visto gli Scrovegni, dove Giotto non è più il Giotto d’Assisi, ma è già in nuce Piero della Francesca, Raffaello.

Caratteristiche del Codice

Il codice (c. 2r) si fregia delle armi dei Sanudo accompagnate dagli emblemi di Giacomo Gradenigo: scudo con banda azzurra in campo d’argento, sormontato da due cartigli bianchi con motto ora illeggibile e da due elmi con padiglioni frangiati color rosso e cimieri rispettivamente a grifo coronato e a busto virile nudo e barbato con benda bianca svolazzante. Evidenti segni di manomissione indicano che lo stemma dei Sanudo fu eseguito sopra quello dei Gradenigo, di rosso alla banda d’argento scalinata. Il manoscritto deve essere passato precocemente ai Sanudo e in quel momento dotato del loro stemma familiare. Con buona probabilità pervenne ai Sanudo grazie agli stretti vincoli di amicizia e parentela che legarono Giacomo Gradenigo a Filippo Sanudo, la cui figlia Candiana nel 1390 aveva sposato Pietro, figlio di Giacomo.
È corredato da un originale e raffinato apparato illustrativo, che si interrompe ai primi otto canti dell’Inferno ma che doveva coprire l’intero codice, come dimostrano gli spazi bianchi riservati a iniziali e vignette: 24 vignette figurate che illustrano i primi otto canti dell’Inferno. Apre la serie la vignetta a tempera con “Dante e Virgilio nella selva oscura”. Seguono 23 disegni a penna, acquerellati in tinte leggere e contornati da una sottile cornice rossa. Si rileva la cancellatura per mano vandalica di alcune miniature e la totale campitura in nero delle raffigurazioni dei diavoli, forse per sovrapposizione successiva
Dati preziosi sulla struttura originaria, la confezione e la datazione del codice sono restituiti dalla nota spese vergata di suo pugno da Gradenigo sulla tarlata pergamena applicata al contropiatto inferiore. Da essa si apprende che egli spese la somma di 74 lire e 15 soldi per la pergamena confezionata a quinterni, le 24 miniature, i 3100 segni paragrafali colorati, la legatura del codice affidata a Cerbero bidello, la coperta di cuoio, le rifiniture in argento della coperta (borchie, cantonali?) e forse per lacci e fermagli. L’allusione a Cerbero bidello riconduce la confezione del codice in ambiente universitario. Siccome un Cerbero, bidello dell’Università dedito all’attività di legatore, è menzionato anche in un documento padovano del 10 febbraio 1400, si può ragionevolmente supporre, in piena coerenza con l’assetto stilistico e la raffinata cultura umanistica sottese al suo apparato illustrativo, che il nostro Dante sia stato realizzato a Padova negli anni in cui Gradenigo fu in stretto rapporto coi Carraresi tanto da essere chiamato per ben due volte alla podestaria della città (1392-1393, 1399-1400).
Nel corso della seconda metà del Novecento storici dell’arte e storici della miniatura si sono cimentati con esiti diversi nell’attribuzione delle miniature. Per restare agli ultimi decenni, Giordana Mariani Canova (1988 e successive riprese), seguita da Milvia Bollati (1997), attribuisce i disegni a Gradenigo e la prima vignetta e la decorazione delle prime carte, dalla forte connotazione bolognese, ad un artista assai prossimo al cosiddetto Maestro delle iniziali di Bruxelles, proponendone un’esecuzione al tempo della seconda podestaria padovana (1399-1400). Tuttavia la studiosa non scarta la possibilità che i disegni siano stati eseguiti dal miniatore veneziano Cristoforo Cortese, verso cui si è del resto orientata la critica più recente.
Il Gradenighiano costituisce probabilmente, proprio per l’ampiezza del commento che lo correda, il più significativo documento del culto di Dante fiorito in Veneto nel Trecento (A. Viscardi). È classificabile tra i codici parzialmente utilizzati per l’edizione de La Commedia secondo l’antica vulgata (G. Petrocchi) ed è da collocare tra gli esiti che ebbe in terra veneta la tarda tradizione trecentesca della Commedia, influenzata e modificata dall’intervento di Giovanni Boccaccio.
Il codice appartenne al cardinale Giuseppe Garampi (1725-1792), come indica la nota di possesso all’interno del piatto superiore: “Bibliothecae Iosephi Garampii episcopi Montis Faliscorum et Corneti et nuntii apostolici apud Aulam Caesaream anno 1784”. La data 1784 dovrebbe riferirsi al momento della sua acquisizione del codice, che entra in Gambalunga nel 1793 col suo munifico lascito testamentario.